Intanto qualcuno di noi si presenta così, con le proprie esperienze fatte in quella terra così lontana e così vicina che è il Venezuela.


È molto di più e molto più importante ciò che gli esseri umani hanno in comune, di quello che ognuno tiene per sé e lo distingue dagli altri.

Hermann Hesse

Chi Siamo

21 aprile 1999Daniele Mattioli - Anno 1999 - Venezuela

… Come si può racchiudere in quattro righe un’esperienza di circa un mese, che ha davvero influito sulla mia vita stando dietro a punti, virgole e soprattutto riuscendo ad essere sintetici…?
Sinceramente non so per quale motivo sono partito per il Venezuela, molto probabilmente ho deciso di intraprendere questo viaggio per sfuggire dalla mia quotidianità, che in quel momento era tutto tranne che bella, forse nella mia testa il pensiero di poter andare a fare il missionario mi faceva stare bene, pensavo che magari laggiù non avrei pensato alle mie paure, al mio essere solo, alle mie angosce… ecco perché sono partito… egoisticamente per fuggire dai miei pensieri e dalla mia vita.
Ma così non è stato, infatti nel momento in cui sono arrivato mi sono reso conto che nel mio zaino, oltre ai vestiti, avevo portato con me anche tutte quelle situazioni che mi rendevano la vita piatta. Ora però c’era un problema in più, oltre a sentirmi solo come in Italia, ero catapultato in un mondo dove le immagini, gli odori, le persone che mi circondavano non mi appartenevano, era come se fossi uscito da una centrifuga, mi sentivo perso senza punti di riferimento…
Ecco, è così che è iniziato il mio Venezuela… completamente disarmato.
Per la strada c’era un disordine impressionante, l’immondizia ovunque, il mio sguardo si perdeva tra una baracca e l’altra e sui bambini che si rincorrevano tra queste loro abitazioni fatte perlopiù di lamiere e di niente, persino l’aria che si respirava era impregnata di una povertà che faceva spavento, in più io ero qui con il compito di fare alfabetizzazione in spagnolo senza conoscere una parola di spagnolo.
Niente male per uno che va a fare un’esperienza di missione dove presumibilmente si va per dare e non per ricevere.
Posso garantire che la prima settimana è stata veramente dura e giuro ce l’ho messa tutta per uscire dal mio stand-by personale, ma forse aspettavo che succedesse qualche cosa per farmi cambiare marcia e non pensavo che forse dovevo solo scrollarmi di dosso il mio bagaglio personale e mettermi semplicemente in gioco, così come ero semplicemente Daniele.
Così ho cercato di fare e di giorno in giorno quel posto che inizialmente mi era sembrato cosi lontano, ha iniziato ad entrarmi dentro, i volti che mi circondavano iniziavano ad avere dei nomi… Alejandro, Marlene, Cerce, Pio, Alex, Emidio, Claire, Rafael, Pastora… Il mio servizio di alfabetizzazione iniziava ad andare meglio insieme al mio spagnolo, ma la cosa che più colpiva era che ogni persona incontravo mi regalava qualche cosa di suo, anche se non aveva niente… sto parlando di un abbraccio, di un sorriso, di una pacca sulle spalle, ma soprattutto di un pezzetto della loro vita cosi lontana dalla mia.
Mi sono chiesto mille e mille volte il perché di questo loro amore nei miei confronti, so solo che ogni giorno che ho passato lì è stato come andare a scuola, non mi restava che ammettere la sconfitta e iniziare a vivere partendo dalla cosa per la quale siamo nati, che è quella di amare…
E come in ogni percorso scolastico, non si finisce mai di apprendere, allora vi posso anche parlare della diversità che c’è tra i loro e i nostri occhi e sta semplicemente in una parola che è composta da sette lettere, “Sorriso“, ecco i loro occhi sorridevano, i miei no.
Voglio solo dire che per me il Venezuela è stato un grande dono, una di quelle esperienze che lasciano il segno, mi auguro di poter sorridere e amare anch’io ogni giorno come fanno loro “gratuitamente”.
È questa la cosa che mi porto dentro insieme a tutti quei volti ai quali ora posso dare un nome, a quegli odori, a quelle immagini che ora fanno e faranno sempre parte della mia via vita.

Daniele M.